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Roberto Benigni e i dieci comandamenti

By : Mario
Roberto Benigni è un simpatico comico, un bravo attore ma, soprattutto, un eccellente oratore.
È quell'artista capace di stregare il pubblico con tutti i suoi -issima e -oso. La Divina Commedia è bellissima, eccellentissima, il poema più grande nella storia della letteratura universale; l'inno di Mameli è meraviglioso, grandioso, spettacolare! La costituzione italiana, poi, è senz'altro la più bella di tutte...
E poi arriviamo ai dieci comandamenti.





Argomento senz'altro spinoso, nonché particolare. Argomento che prevederebbe un'analisi dettagliata e approfondita della materia in oggetto. Parlare dei dieci comandamenti significa parlare – più o meno direttamente – di Dio; ma cosa conosce l'uomo di Dio?
Effettivamente, soltanto due sono le fonti attraverso le quali possiamo delineare una (tenue) immagine di Dio:
  1. La Bibbia
  2. La riflessione Teologica
Benigni legge la Bibbia dandone un'interpretazione teologica; legge l'Antico Testamento parlando del Dio del Nuovo.
Anzi, non legge l'Antico Testamento.
Non legge nemmeno l'Esodo.
Legge solo ed esclusivamente l'episodio relativo ai dieci comandamenti (Esodo 20: 1-17).

Facciamo lo stesso. Analizziamo i dieci comandamenti calandoci però interamente nel testo, e proviamo a vedere cosa ne viene fuori.
Ma prima di proseguire, una domanda è d'obbligo: quanti di quelli che hanno visto Benigni (o di quelli che si definiscono credenti) hanno letto la Bibbia? Dai, alzate le mani.
Così pochi?
Non è esilarante il fatto che chi si dica credente non abbia letto la fonte scritta di tutto ciò che l'uomo può sperare di conoscere di Dio?
Ma forse non conviene leggerla. Forse è meglio andare a messa e ripetere mnemonicamente tutto ciò che ci viene inculcato dai predicatori: sempre gli stessi passi, le stesse preghiere, le stesse situazioni riproposte centinaia di volte.
Ma perché non aprire quel libro e leggerlo per conto proprio, senza bisogno di spiegazioni esterne? Perché è troppo voluminoso? Perché è scritto con un linguaggio arcaico? Un credente che sia davvero tale non dovrebbe lasciarsi vincere da simili difficoltà.

La Bibbia è un libro bellissimo, pieno di tanti meravigliosi episodi. Meravigliosi in senso letterario ovviamente... insomma, magici!
Si parla di un frutto proibito (un frutto, non una mela), di un diluvio universale, di tantissime guerre, distruzioni e catastrofi. Si parla anche d'amore e di gioia, di bellezza e sentimento.
È un insieme di tante, affascinanti avventure. Perché privarsi di simili perle?

Certo, bisogna fare attenzione a non usare quel libro come strumento per indottrinare la gente! Ma è proprio quello che si fa: la gente non lo legge, altri pretendono di spiegarlo e interpretarlo, vi si plasma sopra una religione... e il gioco è fatto.
Ebbene, è proprio quello che ha fatto Benigni, dandone una bella spiegazione teologica... ma, di fatto, tradendo il significato letterale ed esplicito del testo.

Dunque, cominciamo:

1. Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avrai altri dèi oltre a me.

Secondo Benigni, quel “tuo” è un meraviglioso aggettivo. Una cosa è dire “tu sei l'amore”, un'altra è dire “tu sei l'amore mio”. Fantastico, no?
Certo, se prendiamo questa frase, la isoliamo dal contesto e la mettiamo in bocca a un Dio che per definizione è buono e misericordioso, non può che essere un'affermazione sublime, ricca di pregevoli significati e portatrice di un senso d'amore universale.
Ma non è così.
Perché Dio dice “io sono il Signore, tuo Dio”?
Dio si sta rivolgendo a Mosè e, attraverso lui, al popolo d'Israele. Tiene a precisare di essere il Dio di quel popolo, e solo di quello. Il popolo che si è scelto. Il popolo con cui ha stretto un'alleanza.
È una precisazione che al Dio dell'Antico Testamento sta particolarmente a cuore. Non si contano nemmeno i passi della Bibbia in cui Dio si arrabbia (pesantemente) verso chi segue altri dèi.
Ma poi, come fanno a esserci altri dèi se Dio è l'unico Dio? Dovremmo credere che nella Bibbia si parli di politeismo?
Ebbene sì, e altre divinità vengono perfino citate: Kemosh e Moloc, giusto per segnalarne un paio.

2. Non farti idolo, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il Signore, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l'iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà, fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.

Non entriamo nel merito della lotta alle immagini sacre, ma focalizziamoci per un attimo su questo comandamento... fatto ben presto sparire.
Benigni, che vuole a tutti i costi attualizzare il testo, invita tutti a non costruirsi degli idoli. Ma gli idoli anticotestamentari non sono quelli che consideriamo oggi: ricchezza, potere, celebrità...
Come si può pensare che dei pastori nomadi di quattromila anni fa pensassero a queste cose?
Gli idoli biblici sono... degli idoli. Delle statue. Statue di altre divinità, che non bisogna mai e poi mai seguire, perché il Dio dell'Antico Testamento è un “Dio geloso”, un Dio che ama fino alla millesima generazione, se si osservano i suoi comandamenti, ma che punisce padri, figli e nipoti fino alla terza e alla quarta generazione se lo si odia.
Certo, ama per mille generazioni e punisce solo per quattro. Ma resta il fatto che punisce.
Ma come, Dio punisce?
E l'amore?
Benigni dice che anche la gelosia è amore, ed è quella che provano due amanti. A me sembra chiaro che la gelosia di Dio sia dettata dal fatto che non intende perdere chi non crede in lui.
E infatti, nella Bibbia, cosa fa a chi crede in altri dèi?
Li uccide.
Quando si dice che Dio è amore e che l'uomo ha il libero arbitrio (concetto, quest'ultimo, naturalmente assente nella Bibbia eppure molto noto da tutti i sedicenti credenti, che la Bibbia non l'hanno mai letta)...




Benigni e gli "idoli"


3. Non pronunciare il nome del Signore, Dio tuo, invano; perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano.

Il nome del Signore è YHWH. Naturalmente, non ci sono vocali: l'ebraico, da buona lingua semitica, ne è privo.
YHWH è il nome di Dio, secondo la Bibbia.
Non bisogna pronunciarlo invano, se non si vuole incappare nella sua ira.

Sui successivi comandamenti c'è poco da dire. Usanze condivisibili da tutti i credenti:

4. Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.

E da chiunque:

5. Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio.

6. Non uccidere.

7. Non commettere adulterio (diventato, poi, “non commettere atti impuri”)

8. Non rubare.

9. Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.

Arriviamo adesso all'ultimo:

10. Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo.

Non desiderare la donna d'altri” e “Non desiderare la roba d'altri” costituiscono un unico comandamento, scisso in due per colmare il vuoto causato dalla rimozione di quello che nel testo è il secondo comandamento (“non farti idolo...”).
Se proprio volessimo prendere questo comandamento e dividerlo in due parti, a prima vista dovremmo fare così:
  1. Non desiderare la casa del tuo prossimo.
  2. Non desiderare la roba del tuo prossimo.
La moglie (donna), infatti, è inserita nella lista delle “cose” che potrebbe possedere il prossimo, insieme allo schiavo, alla schiava, al bue e all'asino.
Non dobbiamo stupirci: la donna, all'epoca, era proprietà dell'uomo e la Bibbia rispecchia tale cultura.
Ma tutti i “prossimi” avevano donne, buoi, asini e... schiavi? Lo schiavo non è lui stesso un “prossimo”? Oppure è solo un “oggetto”?

Riassumendo:
I comandamenti biblici non sono un atto d'amore: sono leggi vere e proprie che il popolo d'Israele "deve" rispettare, pena la morte. Dio, nell'Antico Testamento, si autodefinisce un "uomo di guerra"! E la guerra la fa davvero: uccide gli egizi, distrugge Sodoma e Gomorra, annienta l'umanità intera con il diluvio universale. Nel Secondo libro dei Re, 2: 23-24 si parla di Eliseo, che "maledicendo in nome di Dio" (ma si può maledire in nome di Dio?) provoca, attraverso Lui, la morte di quarantadue bambini che lo prendevano in giro!

L'Antico Testamento è un testo antico, assai strumentalizzato, scritto per menti antiche da popoli antichi.
Costruirci sopra una parabola dell'amore è impresa assai ardua, impresa che Benigni ha tentato: ci è riuscito? Non ci è riuscito?

Chi non ha letto la Bibbia ne sarà rimasto entusiasta. Ma chi l'ha letta...

I 10 libri "fondamentali"

By : Mario
Qualche tempo fa si è diffusa su Facebook una catena che chiedeva di indicare i dieci libri ritenuti fondamentali dai lettori. 
Di seguito vi riporto quelli che, a mio parere, sono i dieci libri fondamentali. E' chiaro che una lista completa sarebbe molto più lunga, ma mi limiterò a questi.
Attenzione: non si tratta dei libri che mi piacciono maggiormente (non tutti, almeno) ma quelli che, in un modo o nell'altro, ritengo abbiano insegnato (e continuino a insegnare) qualcosa ai lettori, alla società, al mondo.


LA BIBBIA (autori vari)
Che ci piaccia o no, la vita di quasi due miliardi di persone è influenzata da questo libro. Attraverso le conquiste, i dolori, le gioie, le guerre, gli eventi prodigiosi e i miti descritti in queste pagine si ricostruiscono (più o meno storicamente) le vicende di una civiltà. 
E' un libro (o meglio, un insieme di libri) sul quale è stata scritta una moltitudine di altri volumi. In nome di ciò che è riportato in quelle pagine sono stati commessi soprusi e violenze, ma anche numerosissime opere di carità.


I LAIS di Maria di Francia
Questi componimenti medievali di lunghezza contenuta ci raccontano un mondo che non c'è più, dove magia e realtà si confondono. Accanto ai temi cavallereschi, amorosi e fantastici che saranno d'ispirazione per tutta la letteratura successiva, i lais propongono alcuni tra i passi poetici più significativi della letteratura occidentale. Come dimenticare la metafora del caprifoglio, che vive finché è attaccato al nocciolo e muore al momento della separazione?
Queste le parole di Tristano alla sua amata Isotta: "Bele amie, si est de nus: ne vus sanz mei, ne jeo sanz vus."


LA COMMEDIA di Dante Alighieri
Definita "divina" dal Boccaccio, la Commedia è il capolavoro del poeta fiorentino, uno dei più grandi poemi della letteratura mondiale. Attraverso il viaggio fittizio nei tre regni dell'Oltretomba (Inferno, Purgatorio e Paradiso), uno spaventato Dante e un fiero Virgilio (poi sostituito da Beatrice) si avventurano tra deliri infernali e candide apparizioni angeliche. Versi di una carica espressiva senza precedenti e insegnamenti preziosi si celano tra queste pagine, la cui grandezza è stata da subito riconosciuta da critici e letterati di ogni tempo e di ogni luogo.


IL PRINCIPE di Niccolò Machiavelli
Un libretto che ancora oggi fa parlare di sé. Come governare, come comportarsi, cosa prevedere e quale atteggiamento assumere di fronte all'imprevedibilità del caso: sono solo alcune delle domande che si pone l'autore di questo trattato. Osteggiato, odiato, amato, interpretato a seconda delle esigenze, quest'opera ha influenzato la politica del passato e continua a influenzare quella del presente.


OLIVER TWIST di Charles Dickens
Un giovane autore descrive le avventure di un trovatello nella Londra vittoriana. Tra strade malfamate, truffatori, ladri e prostitute, un bambino dall'animo buono lotta per sopravvivere, ignorando (o non percependo) il male che lo circonda. Un romanzo che denuncia la realtà e invita tutti a riflettere sull'importanza di leggi eque e sulla salvaguardia dell'infanzia. 


I TRE MOSCHETTIERI di Alexandre Dumas
Storia e avventura si fondono nel romanzo d'appendice più famoso di tutti i tempi. Onore e vergogna, lealtà e tradimenti, altezze e bassezze di una società vengono fuori dalla penna del grande autore francese. La narrativa d'avventura comincia qui.


L'ISOLA DEL TESORO di Robert Louis Stevenson
Un ragazzo alla ricerca del tesoro di un famigerato pirata che s'imbarca con altri gentiluomini (e non solo) sulla Hispaniola. Una storia di onore, tradimenti e amicizia. Una delle più grandi figure letterarie di tutti i tempi (Long John Silver) vive tra le sue pagine. Il marinaio con una gamba sola, la benda sull'occhio, il pappagallo, il tesoro nascosto sull'isola deserta... la figura del pirata nell'immaginario collettivo (ispiratrice di altre figure letterarie, non per ultima Capitan Uncino di Barrie) è nata dalla penna del suo autore.


IL SILMARILLION di John Ronald Reuel Tolkien
Tutta la mitologia di Tolkien è racchiusa qui, il prodotto di intensi studi (pubblicato postumo) sulla mitologia nordica, con numerose allegorie e parallelismi con ciò che è narrato nei testi sacri di varie religioni (non per ultima, la Bibbia). Dalla Creazione a ciò si narra nel più famoso Il Signore degli Anelli: storie di guerra, di amore, di odio profondo e indissolubile amicizia.


IT di Stephen King
Comunemente etichettato come un romanzo horror, It è in realtà molto di più. La vita, le sperimentazioni, l'amicizia e la crescita di un gruppo di ragazzini che vive le paure della sua età, personificate da una creatura indefinita: It, che assume le sembianze di ciò che ci spaventa. 
L'orrore che non ha nome, perché è ormai cementato nel lato più oscuro della nostra anima; le gioie del meraviglioso mondo dell'infanzia... questo e altro, nel voluminoso romanzo del Re del Maine.


LA SAGA DI PAPERON DE' PAPERONI di Keno Don Hugo Rosa
Un fumetto. Un volume che sembra "stonare" in una lista del genere. E invece no, perché l'opera di Don Rosa racchiude molto più di quanto si pensi: distrutti molti tabù disneyani, dalla morte al sesso, l'autore fa rivivere i primi ottant'anni di vita di Paperon de' Paperoni, dalla miseria in Scozia ai più alti vertici della finanza. Una storia di continuo lavoro e sacrificio, tradimenti e passioni, nella piena attuazione del più grande insegnamento morale: essere sempre onesti con se stessi.

"Regole del gioco" finalmente in libreria!

By : Mario
Come reagireste se vi chiedessero di uccidere una persona?
Sicuramente rispondereste: "No, è assurdo, è una richiesta inaccettabile!"... eppure, negli anni Sessanta, uno scienziato ha dimostrato che, sotto l'influenza di un'autorità, perfino una cosa del genere sarebbe possibile.
Magari non consapevolmente.
Magari senza alcuna forma di premeditazione.
Tuttavia, vi è una certezza: l'essere umano è completamente soggiogato dal potere di un'autorità

Pensiamoci un attimo. Nelle nostre azioni quotidiane abbiamo spesso a che fare con gente che riveste ruoli di potere: il nostro datore di lavoro, un insegnante, un qualsiasi superiore...
Siamo portati, sempre e comunque, a fare ciò che ci dice? Naturalmente no. Ma se le motivazioni fossero solide, resteremmo della stessa idea? Se dalle nostre azioni dipendesse il futuro di un'azienda, obbediremmo al nostro capo?
In sostanza, se una figura rivestita d'autorità ci inculcasse che compiere una determinata azione arrecherebbe solo vantaggi a noi, alla società, al mondo... rifiuteremmo di mettere in atto ciò che ci verrebbe ordinato?

Nel 1961 Stanley Milgram tentò di rispondere a questa domanda. Lo spunto arrivò nel corso del processo al criminale di guerra nazista Adolf Eichmann; "Era possibile che Eichmann e i suoi complici stessero semplicemente eseguendo degli ordini?"
Si potrebbe arrivare davvero a fare qualunque cosa se un'autorità ci convincesse che ciò sia utile alla società?
Si può arrivare a fare del male ad altre persone?
Perfino a uccidere?



L'esperimento Milgram è alla base del mio libro Regole del gioco. Da parte mia, non ho fatto altro che raccogliere la lezione di Milgram e... complicarla, esasperarla, farne davvero una questione di vita o di morte.

Cinque sconosciuti si svegliano in una casa da cui non possono uscire: le finestre sono murate, le porte inchiodate, l'illuminazione è scarsa. Intorno a loro, una miriade di telecamere: qualcuno li sta osservando, li considera delle semplici cavie da laboratorio.
Poi, al telefono, il Master (la nostra autorità) detta le istruzioni: hanno cinque ore per stabilire chi potrà uscire dalla casa; se allo scadere del tempo non ne sarà rimasto uno solo, le luci si spegneranno e quel luogo fatiscente diventerà la loro tomba.
Ecco, dunque, che i cinque personaggi devono fare i conti col passato: perché proprio loro? Cosa hanno fatto per meritare un simile destino? Chi è il Master che detta le regole del gioco?
La risposta è nascosta nella domanda che da mesi assilla i loro sonni e che il misterioso uomo al telefono non fa che ripetere: qual è la cosa più orribile che tu abbia mai fatto?
Perché i mostri che non si possono sconfiggere sono quelli annidati nelle nostre coscienze.


Regole del gioco, già proposto tra le novità nelle diverse fiere di settore (clicca QUI per leggere una recensione in anteprima) vi aspetta in libreria e in tutti gli store online.

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By : Mario
Regole del gioco, il mio nuovo romanzo, approderà in libreria il prossimo 21 settembre. In occasione dell'uscita del libro ho deciso di farvi un regalo: l'e-book del primo episodio di 

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13 E IL 14 SETTEMBRE

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Dalla quarta di copertina: Sulla bacheca sono affissi articoli di giornale, ritagli e vecchie foto. Il soggetto è sempre lo stesso: Dawson Hill, uno sperduto paesino nel cuore dell'Oklahoma.
Lo psichiatra John Harris ha dedicato la vita a scoprirne i segreti, perché pare che proprio lì si annidino presenze terribili.
Costretto a cambiare città in seguito alla morte dei genitori, il tredicenne Thomas arriva in Oklahoma insieme a Beverly, l'assistente sociale alla quale è stato affidato. Presto comincerà una nuova vita in compagnia dei suoi zii: le persone più strane del mondo.
Intorno a lui si verificano eventi bizzarri: gli animali si agitano al solo guardarlo, le icone religiose della chiesa locale lacrimano sangue e voci infantili sempre più insistenti echeggiano nel buio della notte gridando lo stesso ammonimento: “Il diavolo ha tre vite a Dawson Hill!”
Cosa sta accadendo al piccolo Thomas? Cosa lega un apparente suicidio a un'oscura leggenda? 

La prima horror-fiction del web, interamente da leggere.

L'arte del prendersi in giro

By : Mario
Per diversi mesi a tutti quelli che mi domandavano cosa stessi scrivendo di nuovo ho risposto: "La tesi di laurea". Tuttavia, conto di ricominciare a scrivere narrativa entro breve. 
Chi mi conosce sa che mi piacciono gli oggetti d'antiquariato, ed essendo un appassionato di libri sono particolarmente attratto da tutto ciò che è antico e di carta. Per questo, ovviamente, ho scritto una tesi in Storia... e seguendo le direttive della mia relatrice sono riuscito a trovare un argomento che conciliasse Storia e Letteratura. 
La tesi si intitola La stampa satirica nel Risorgimento: "L'Arlecchino". Per scriverla, ho analizzato la prima annata di un quotidiano satirico ottocentesco - L'Arlecchino, appunto - i cui numeri originali sono conservati nella Biblioteca Nazionale di Napoli e negli archivi della Società Napoletana di Storia Patria (che ha sede nel Maschio Angioino).


L'Arlecchino, come numerosi altri giornali satirici (vittime della censura del loro tempo) ebbe vita molto breve: si contano due sole annate, quella del 1848 e quella del 1849 (nella seconda metà dell'Ottocento uscirono giornali satirici omonimi, ma non sono stati oggetto dei miei studi).
Già quell'anno, il 1848, dovrebbe far pensare. Un articolo de L'Arlecchino lo definisce "l'anno delle cose incredibili" e, in effetti, la grande ondata di moti rivoluzionari che ha interessato gran parte d'Europa non lo smentisce. 
Fondato da Emanuele Melisurgo, L'Arlecchino fu il primo giornale satirico italiano e veniva pubblicato nel Regno delle due Sicilie. Tuttavia, non si occupava solo di Napoli (anche se molto interessanti sono le pagine dedicate alla sommossa del 15 maggio) ma dava ampio spazio alle notizie di politica estera. 
Per parlare de L'Arlecchino bisogna tener presente un dato fondamentale: molta gente, nell'Ottocento, non sapeva leggere. In quel periodo conveniva di più lavorare nei campi che stare sui banchi a studiare (tra l'altro, gli stessi insegnanti spesso erano costretti a svolgere altri mestieri a causa degli stipendi fin troppo bassi). In secondo luogo, L'Arlecchino non era un giornale come lo intendiamo oggi: costituito da sole quattro pagine, era quello che attualmente definiremmo un "volantino". Gli articoli erano scritti in prima persona (da Arlecchino, ovviamente) e, con toni burleschi, si prendevano gioco di questo o quel personaggio politico, di questo o quell'evento, delle nuove riforme, ecc. Devo dire che, centocinquanta anni fa, la satira non aveva di certo peli sulla lingua, benché gli articoli fossero redatti con maggior classe rispetto ai toni attuali (ma non fatevi illusioni, l'interesse per la satira - almeno per quella "scritta" - si è affievolito col tempo: oggi, in Italia, non sopravvive più alcun giornale satirico a tiratura nazionale).
Nella terza pagina, L'Arlecchino propone una gustosa illustrazione satirica (opera del pittore Mattei). Si tratta di immagini così belle che lasciano sbalordito anche il lettore contemporaneo.
In esse si dà ampio spazio alla caricatura e alla rappresentazione allegorica. Ho riscontrato in esse un forte senso di italianità (è il 1848, mica un anno qualsiasi!).
Oggi si parla spesso di Napoli in termini non troppo allegri. Eppure, Napoli è stata la prima città a prendersi gioco dei potenti con una vera e propria testata, a portare in alto la bandiera della risata. Osservate questa immagine: 


E' l'illustrazione che compare nel numero 95, uscito martedì 1 agosto 1848. Si tratta della litografia che ritengo maggiormente rappresentativa, un insegnamento per chiunque, perfino per noi figli del Duemila. 
La vignetta fu concepita in seguito alla sconfitta dei piemontesi nella battaglia di Custoza, nel corso della prima guerra d'indipendenza. La didascalia dice: "Trastulli favoriti dagli scolari del 1848" e sono rappresentati dei bambini intenti alle più diverse attività: c'è chi dà fuoco all'altare – fatto di grossi e polverosi libri – della «vecchia politica»; chi marcia festoso; un ragazzino, in primo piano, studia tattiche militari disponendo in riga i suoi soldatini. Al centro, un gruppo un po' più importante di «scolari» sta «ribaltando il mondo», mantenendo alta la bandiera della «indipendenza italiana».
Nonostante la sconfitta, dunque, gli italiani non si danno per vinti. E c'è di più: solo i giovani possono ribaltare le sorti del Paese. 


Siamo nel 1848, eppure abbiamo davanti ai nostri occhi un pensiero assolutamente moderno, reso in forma di immagine su un quotidiano di quattro pagine che circolava tra le strade di Napoli.
Siamo davanti a un'altra Storia, quella che non si legge nei libri di scuola. Eppure è così che l'ha conosciuta il popolo: la Storia raccontata alla gente semplice. La "nostra" Storia, pensata da un pittore napoletano in un clima di grandi cambiamenti.

Hello World!

By : Mario
E' trascorso più o meno un anno dalla chiusura di questo sito. Oggi, in vista dell'approdo in libreria di Regole del gioco, torno online con una nuova veste grafica. A presto numerosi aggiornamenti!

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