Il mio Blog

martedì 1 dicembre 2015

"Pezzi da otto!" - La bellezza dell'argento spagnolo

I lingotti d'argento e le armi si trovano tuttora, per quel che ne so io, dove Flint li ha sotterrati; e per quanto mi riguarda, possono restare dove sono. Neppure un carro di buoi riuscirebbe a trascinarmi di nuovo su quell'isola maledetta; e i miei incubi peggiori sono quelli nei quali odo i frangenti tuonare lungo le sue coste, o quando sobbalzo nel letto, con la stridula voce del Capitano Flint che mi rimbomba nelle orecchie: "Pezzi da otto! Pezzi da otto!"
E' il finale indimenticabile de L'isola del tesoro, il capolavoro di Robert Louis Stevenson dato alle stampe per la prima volta nel 1883.
La storia, che si svolge in un imprecisato anno del XVIII secolo, vede per protagonista un ragazzino, Jim Hawkins, alle prese con la misteriosa mappa di un tesoro pirata nascosto in un'isola sperduta. Tra pirati, intrighi e guerriglie si consuma una vicenda che ha contribuito a plasmare la figura del pirata nell'immaginario collettivo, fonte di ispirazione per tutte le opere successive: il bucaniere con una gamba sola, il pappagallo sulla spalla, la benda sull'occhio, il tesoro sepolto e, naturalmente, i pezzi da otto.


Ma cosa sono i pezzi da otto?
Parliamo di monete spagnole dal valore di 8 reales, coniate in argento dal 1497 al XIX secolo. Ne L'isola del Tesoro, considerata la sua ambientazione settecentesca, si fa riferimento a quelle monete di grosso modulo (circa 40 mm di diametro) coniate nelle colonie spagnole e accettate pressoché ovunque, dunque di gran lunga utilizzate nei commerci internazionali.
L'espressione pezzo da otto deriva dall'abitudine di "tagliare" la moneta in parti più piccole per ottenere "spiccioli" da usare per le transazioni di minore entità.
La moneta da 8 reales poteva dunque essere divisa in due (ottenendo un paio di monete da 4 reales ciascuna), in quattro, in sei oppure in otto, da cui la celebre denominazione che ha assunto.
Ecco come si presentavano i singoli "pezzetti" (bits) della moneta, una volta tagliata:


Essendo coniate nel Nuovo Mondo (prevalentemente in Messico) e trasportate per mare nelle colonie del Nord America, in Europa o nei porti orientali, le monete da 8 reales colmavano i forzieri dei vascelli che solcavano gli oceani e che potevano cadere preda di un attacco pirata!
Questa tipologia di moneta è sovente "ripescata" da navi affondate nel XVIII secolo; insomma, ogni tanto ritorna alla luce qualche pezzo. A ciò si aggiunge il valore numismatico, che dipende da innumerevoli fattori (stato di conservazione, anno, simboli di zecca...). 
Pur conservando il loro fascino leggendario, i pezzi da otto non sono monete difficili da reperire sul mercato, almeno su quello internazionale (specialmente spagnolo, considerata la provenienza).
Questo, nel caso vi venisse in mente di acquistarne un esemplare.

Ma vediamo come erano fatti.
Essendo stati coniati per un arco di tempo di circa quattro secoli (dal XV al XIX secolo), gli 8 reales hanno subito innumerevoli "cambiamenti estetici".
Questo è il celebre "maltagliato" da 8 reales, coniato sotto Filippo II nel XVI secolo. Una tipologia simile sopravvisse fino ai primi del '700, l'età aurea della pirateria.



Alla fine del '700, la moneta da 8 reales si presentava così: ampio modulo, con l'effige del monarca e lo stemma reale:



Ma veniamo alla tipologia che reputo più interessante, quella che circolò tra il 1732 e il 1773, affermandosi dunque nel cuore del XVIII secolo. E' la stessa tipologia di "pezzo da otto" di cui si fa riferimento ne L'isola del tesoro.
Sto parlando del cosiddetto columnario:


Anche stavolta siamo davanti a una moneta d'argento di ampio modulo (40 mm circa) e peso (27 grammi circa).
Da notare la totale assenza dell'effige del sovrano, del quale è riportato solo il nome nella legenda. Le foglie di alloro che ne ornano il bordo, inoltre, rendevano difficile la falsificazione della moneta.

Analizziamola nel dettaglio.
Due globi, il nuovo e il vecchio mondo, sono sormontati da una corona, simbolo della casa reale spagnola. A fianco troviamo le due colonne (a loro volta coronate) che danno il nome alla moneta, le Colonne d'Ercole, che secondo i miti antichi delimitavano i confini del mondo, nell'attuale stretto di Gibilterra. Nei cartigli che avvolgono le colonne si legge Plus Ultra, ossia Ancora Oltre, storpiatura della leggendaria iscrizione Nec Plus Ultra (Non Più Oltre) che si sarebbe trovata sulle Colonne d'Ercole a mo' di monito per i naviganti e invito a non proseguire verso l'ignoto.
Il messaggio che la moneta vuole fare passare è invece l'esatto opposto: l'invito alla scoperta, all'andare ancora oltre, verso nuove conquiste.
In basso, una massa d'acqua rappresenta l'oceano che separa i "due" mondi (America ed Eurasia).
In alto troviamo la scritta Utraque Unum, traducibile con Entrambi [sono] Uno, a indicare la volontà di non distinguere tra il "vecchio" e il "nuovo" mondo.
Nella legenda troviamo l'indicazione della zecca, l'anno di emissione e il nome del sovrano, in latino (nell'immagine, Ferdinando VI, per grazia di Dio re di Spagna e delle Indie).

La moneta da 8 reales ebbe larga diffusione anche nelle colonie americane, prima della rivoluzione che sancì la loro indipendenza dalla Gran Bretagna. Addirittura, in Nord America circolavano più monete spagnole che monete britanniche, al punto che i neonati Stati Uniti decisero di ispirarsi proprio al columnario per creare il dollaro statunitense.
Non è un caso, quindi, che la moneta da 8 reales sia anche conosciuta come dollaro spagnolo.

Perfino il simbolo del dollaro ($) deriva da questa moneta. Non vi ricorda una colonna con un cartiglio avvolto intorno, a forma di S? Ebbene sì, è stato realizzato su imitazione dei cartigli che avvolgono le colonne rappresentate sulla moneta da 8 reales.


Pirati, colonie, traffici internazionali, scorribande, bellezza dell'argento e del grosso modulo... i pezzi da otto sono tra le monete più affascinanti mai coniate nell'età moderna, simbolo di un'epoca lontana ma sorprendentemente attuale e portatori di un messaggio che va oltre i confini imposti dalla Storia: i "due mondi" finalmente uniti, senza distinzioni di sorta.
Utraque Unum.

giovedì 29 ottobre 2015

Nuova presentazione de "L'inchiesta"

Se ne era parlato QUI, QUI e QUI, e mentre i miei romanzi sono attualmente al Lucca Comics & Games 2015 (a proposito, fate un salto allo stand di La Corte Editore), negli scorsi giorni ho tenuto a Portici (NA), nella bella cornice di Villa Savonarola, una nuova presentazione del mio saggio L'inchiesta. La Bibbia, la Chiesa, la Storia: duemila anni di domande.

Come sempre, argomenti del genere sollevano numerosi dubbi, perplessità e contrasti. Stavolta direi che è filato tutto liscio, anche se i partecipanti sono usciti con più domande di prima (il che, tra l'altro, è lo scopo del libro).
La giornalista Tiziana Muselli, che ha assistito all'evento e mi ha intervistato per il suo giornale, ha redatto un articolo che potete leggere QUI.

Le sorprese e le iniziative letterarie di questo ricco 2015 non sono ancora finite, ma per il momento non vi svelo altro.

giovedì 22 ottobre 2015

Sulle monete medioevali

Sin da piccolissimo ho nutrito una smodata passione per la Storia. La mia primissima "opera" (se così si può chiamare) è stata un libro - o meglio, un manuale - di Storia "dalle origini ai giorni nostri". Naturalmente, si tratta di qualcosa che non vi farei mai leggere (dal momento che l'ho scritto in terza media), ma ve lo dico per farvi avere un'idea di quanto la Storia mi abbia accompagnato nel corso della vita.
Così, quando posso, cerco di raccogliere per mio godimento personale tutto ciò che ha a che fare col passato: manoscritti, libri antichi, giornali d'epoca e monete.
Prediligo i secoli che vanno dal medioevo alle guerre mondiali, e proprio qui si inserisce un mio recente interesse oggetto di questo post: la monetazione italiana medioevale.

Qualche moneta medioevale

Collezionare monete - in maniera "seria", intendo - è una pratica che potrebbe diventare abbastanza costosa (dipende da cosa decidete di collezionare) e molto pericolosa per un novellino: incappare nel falso, nella truffa che appare l'affare del secolo è facilissimo.
Certo, in numismatica non è sempre detto che una moneta antica abbia un enorme valore; ci sono monete del secondo Novecento che valgono più di una moneta romana, questo perché al di là dell'antichità del pezzo contano moltissimo due fattori:
  • La rarità;
  • Il grado di conservazione.
Una moneta conosciuta in pochissimi esemplari, anche se coniata dieci anni fa, può valere molto di più di una moneta di epoca romana comunissima. Allo stesso tempo, due monete identiche ma in diverso stato di conservazione possono presentare differenze di prezzo che arrivano a sfiorare le diverse decine di euro.

Possedere una moneta antica, a prescindere dallo stato di conservazione o dalla rarità, è comunque un'emozione fortissima. Nel campo delle monete medioevali basti pensare: chi ha avuto in mano questa moneta, prima di me? Magari è stata nella bisaccia di un cavaliere, ha viaggiato su antichi vascelli, è stata smarrita da qualcuno e poi ritrovata da qualcun altro, ha regalato un pezzo di pane a qualche povero contadino...
Ma soprattutto, dove è stata dopo il medioevo? Sepolta in qualche castello o nei ruderi di un vecchio villaggio? Nella collezione di un nobile?
E il destino ha davvero voluto che dopo secoli di pellegrinaggi giungesse proprio a casa mia?

Forse ve lo starete domandando: è legale possedere oggetti del genere? Non dovrei denunciarne il possesso alla sovrintendenza che si occupa della tutela dei beni culturali?
Possedere monete antiche è del tutto legale, a patto che siano di lecita origine e provenienza. Consiglio pertanto di affidarsi a dei negozianti professionisti per qualsiasi acquisto, che garantiscano non solo sulla genuinità del pezzo ma anche - e soprattutto - sulla lecita provenienza dello stesso.

Brindisi. Un denaro a nome di Enrico e Costanza (1194-1196)

Film, romanzi e convinzioni popolari possono trarre in inganno: le monete medioevali non sono proprio come ce le immagineremmo.
Ci lamentiamo tanto delle dimensioni della nostra modernissima monetina da 1 cent, che di solito smarriamo senza alcuna preoccupazione, eppure nel medioevo questa era la dimensione di un denaro, la moneta più comune e largamente sfruttata.
Inoltre, le monete medioevali erano molto sottili, diciamo come un foglio di carta o poco più.

Il valore delle monete, all'epoca, era intrinseco: non si indicava sulla moneta il suo valore nominale, ma ogni moneta possedeva il valore equivalente al metallo prezioso in essa contenuto (oro, argento o mistura). Non a caso i mercanti pesavano le monete per stabilirne il valore. Un sistema di compravendita, questo, che potrebbe sembrare decisamente più complesso del nostro; il baratto era infatti ancora ampiamente praticato.

La questione del pesare le monete non è da prendere alla leggera. Capita talvolta di imbattersi in monete dai contorni decisamente irregolari; questo si verifica in particolar modo con le monete in oro o argento. I "furbacchioni" del medioevo (ogni epoca ha avuto i suoi) spesso "grattavano" i bordi delle monete per prelevarne il materiale prezioso. Questa operazione, la cosiddetta tosatura, abbassava il peso della moneta e ne riduceva il valore (per questo i mercanti, niente affatto ingenui, pesavano il denaro).
La tosatura era resa possibile dal modesto spessore della moneta: data la situazione era più semplice "tosarla" e non far notare l'inganno.

Le monete medioevali non riportano la data di emissione, ma solo il luogo e il nome del sovrano (se c'è) che ne ha autorizzato la circolazione. Consultare dei cataloghi (anche online ce ne sono parecchi, tipo questo) è utilissimo per una corretta identificazione.

La battitura delle monete nel medioevo

Le monete medioevali erano prodotte attraverso la cosiddetta battitura, un processo essenzialmente artigianale. Questo comporta che due monete dal medesimo titolo possono non essere perfettamente identiche, quasi come se ogni moneta fosse un unicum, un oggetto storico e prezioso da custodire.

La Storia, insomma, è fatta anche di piccole cose che sono alla portata di tutti. Apprezzarle e condividerle significa diffondere un pezzetto di noi, del nostro passato, della nostra cultura.

giovedì 17 settembre 2015

Editoria, miti, pregiudizi e varie


C'è una cosa fondamentalmente sbagliata nell'editoria italiana (se non in tutta, almeno nella maggior parte), cioè quella di considerare la pubblicazione di un libro un onore o, peggio, un "favore" fatto da un editore a un autore. Quest'ultimo dovrebbe sentirsi onorato di avere qualcuno che creda in lui e che gli faccia pubblicare gratuitamente la sua opera, dimenticando che se un editore decide di investire su un testo è perché immagina che su quel testo possa ricavarci qualche soldino. Insomma, non stiamo parlando esattamente di una beneficenza disinteressata.
Non è un caso se ho evidenziato quel "gratuitamente". Nell'ormai sconfinata cerchia degli aspiranti scrittori vige l'insana convinzione che un editore "free" sia, in quanto tale, un editore perfettamente affidabile. Il mondo, si sa, non è solo bianco o nero; lo stesso vale per l'editoria. Si fa presto a parlare di editoria a pagamento: molti editori "free" scompaiono quando devono inviare i rendiconti o il saldo. 
In questi ultimi anni, tra esperienze personali e resoconti di colleghi e amici scrittori, ne ho viste davvero di tutti i colori: editori rinomati che non riconoscono il diritto d'autore fino al raggiungimento di un tetto di vendite sull'ordine delle migliaia (sì, migliaia) di copie vendute; case editrici che commercializzano copie dello stesso libro con e senza bollino SIAE (l'iscrizione alla SIAE non è obbligatoria, ma nel momento in cui ci si iscrive tutte le copie del libro in oggetto dovrebbero avere il bollino. Se alcune ce l'hanno e altre no... fatevi qualche domanda); editori che si danno alla bella vita, pubblicando su Facebook fantasmagoriche fotografie di viaggi e ristoranti, e per mesi tardano a saldare diritti d'autore che si aggirano sulle poche centinaia di euro...
Insomma, è una giungla. E l'editoria a pagamento non è il solo male che affligge questo settore.

Aspiranti scrittori, un consiglio per voi: chi scrive lavora, non ricordatelo solo quando si vuole inneggiare all'editoria free a scapito di quella a pagamento. In un rapporto come quello tra autore ed editore devono esserci anzitutto dialogo e rispetto reciproco; invece spesso gli autori sono ignorati dai loro stessi editori, come se dopo la pubblicazione non esistessero più. 
Detto questo, non montatevi la testa: non sto assolutamente affermando che un editore debba "venerare" i suoi autori, come spesso pretendono gli autori stessi. Prima di consideravi i nuovi prodigi della Letteratura, fatevi una domanda: quanto valgo davvero come scrittore? Insomma, con la vostra opera siete arrivati o avete ancora parecchia strada da percorrere?

Buona scrittura (e buone letture).

mercoledì 15 luglio 2015

Un confronto coi credenti

La prima presentazione de L'inchiesta si è conclusa in maniera "movimentata", con uno scambio di opinioni tra credenti. Su youtube potete visionare il video integrale.
Ho raccolto di seguito le domande che mi sono state fatte. Provo a dare risposte più precise per tutti gli interessati che non hanno partecipato al dibattito.



La religione è un "freno" per l'umanità. Guai se non ci fosse!

L'uomo è debole. Dal momento in cui ha messo piede sulla Terra ha subito sentito il bisogno di dare una spiegazione ai fenomeni naturali che osservava e alla natura che lo circondava. Ha elaborato miti e leggende nel tentativo di dare una risposta alle domande che lo affliggevano.
Sulla religione ha regolato un insieme di precetti morali ed etici da seguire ("non uccidere", "non rubare", "ama il tuo prossimo come te stesso"), ma è davvero necessario essere religiosi e credere in un Dio per "obbedire" a questi precetti? Chi non crede in Dio ammazza, ruba o disprezza il suo prossimo? L'uomo ha bisogno di essere "obbligato" dalla religione a fare il bene per poterlo compiere?
Insomma, chi non crede ha un'etica oppure no?
Il Cristianesimo sostiene che l'uomo nasce nel segno del peccato e ha bisogno di credere nell'insegnamento di Gesù Cristo per essere condotto alla salvezza e alla vita eterna.
L'uomo ha dunque paura della morte, dell'oblio, di tutto ciò che non può conoscere o controllare. La religione, caduta nelle mani degli uomini, è poi servita per giustificare guerre e prese di posizione nel corso della storia umana; talvolta, il pensiero religioso ha posto limiti alla conoscenza, ritardando perfino lo sviluppo tecnico-scientifico.
L'uomo ne è ben consapevole ma non può farne a meno. Che la religione sia davvero, come sosteneva Marx, "l'oppio dei popoli"?

Nell'Antico Testamento si parla di Gesù.

Nell'Antico Testamento non si parla mai esplicitamente di Gesù. Nell'Antico Testamento ci sarebbero, secondo i cristiani, delle profezie o delle prefigurazioni della futura venuta di Gesù.
L'Antico Testamento nasce in seno alla cultura ebraica. E' un insieme di libri che parla della storia degli ebrei, scritto dagli ebrei per gli ebrei. Il Cristianesimo, derivando dall'insegnamento di Gesù (che era ebreo), ha fatto proprio quell'insieme di libri, interpretandolo alla luce della sua dottrina.
Gli ebrei, cui però quei testi appartengono di diritto, non solo non vedono in Gesù il figlio di Dio ma non vedono nemmeno prefigurazioni della venuta di Gesù all'interno delle sue pagine.
Un esempio lampante è quello presente nel libro di Isaia. In quel testo si parla del "servo sofferente", che i cristiani riconoscono in Gesù e gli ebrei nel popolo d'Israele.

È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto.
Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato.
[Isaia 53: 2-4]

Chi dei due ha ragione? Gli ebrei, che hanno scritto quel libro per loro stessi e non ritengono Gesù il figlio di Dio, o i cristiani che sono venuti secoli dopo la stesura del libro di Isaia e lo hanno interpretato alla luce del loro credo?

In che senso gli ebrei magnificano se stessi nella Bibbia?

Il popolo ebraico scrive di se stesso, e non è da escludere che eventi di entità minore siano stati ingigantiti per conferire loro maggiore importanza (basti pensare allo Yam-Suf, il "mare di giunchi" divenuto il "Mar Rosso").

Il fatto che Satana sia un nome comune e non un nome proprio; le differenti vocalizzazioni di YHWH; la “mela” di Eva che non è presente nella Bibbia sono cose che fanno luce nell'ignoranza popolare ma non si tratta di punti virali della fede in Dio.

Chi crede in Dio lo fa a prescindere da quello che dico. Non voglio "sconvertire" nessuno, solo spingere alla riflessione.

Su quale Bibbia hai studiato?

Aleggia questa bizzarra convinzione che la Bibbia cristiano-cattolica sia più "vera" delle altre, in quanto tradotta in maniera più accurata e rispettosa delle intenzioni degli autori originari.
A mio parere, le Bibbie più curate sono quelle interlineari che circolano negli ambienti accademici. Tuttavia, per estirpare ogni dubbio, specifico che ho studiato sulla Bibbia cristiano-cattolica C.E.I. delle edizioni San Paolo.

Hai studiato la Bibbia per convincere te stesso della bontà delle tue opinioni.

Non era una domanda ma un'affermazione. La contro-battuta è così banale che quasi potrei evitare di scriverla: si studia per conoscere, altrimenti faremmo davvero parte di un gregge che segue meccanicamente il suo pastore.

Il Nuovo Testamento è la cancellazione o completa sostituzione (non un aggiornamento) dell'Antico Testamento secondo le parole di Gesù.

Anche questa non era una domanda. Purtroppo è un'affermazione errata. Gesù non ha "abolito" l'Antico Testamento ma lo ha portato a compimento. 

Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure uno iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. [Matteo 5: 17-20]

I cristiani sostengono che l'Antico Testamento vada letto in virtù del Nuovo; ovviamente gli ebrei non sono d'accordo (ricordo che l'Antico Testamento appartiene a loro!) ed è ancora una volta impossibile stabilire chi ha ragione.
Fatto sta che nel corso della storia i cristiani hanno spesso preso alla lettera l'Antico Testamento, ignorando totalmente ciò che sostiene il Nuovo; basti pensare all'omosessualità vista come "abominio" e al celebre "non lascerai vivere una strega".

Cristo è chiamato Cristo e noi siamo chiamati "cristiani" perché "cristiano" significa "colui che muore per l'altro".

La definizione di cristiano è QUESTA, ossia "persona che ha fede in Cristo e ne professa la religione".
La definizione di Cristo è QUESTA, ossia "unto".
Che poi i cristiani siano pronti a "morire per l'altro" (realmente o metaforicamente) è un altro discorso (anche un ateo potrebbe essere pronto a "morire per l'altro"), ma l'etimologia di cristiano vuol dire tutt'altra cosa.

Quale persona che ha moglie, figli, lavoro certo e non ha nessun problema nella vita se non quello di pagare il dazio ai romani lascia tutto e va dietro a un uomo che dice "seguimi". I martiri sono andati in pasto alle belve per seguire una “favoletta”?

Ai tempi di Gesù la Giudea era una provincia romana. Se è vero che i vangeli più antichi sono stati scritti intorno al 50 d.C., appena quindici anni dopo è scoppiata la prima guerra giudaica, che culminerà nel 70 d.C. con la distruzione del Tempio di Gerusalemme e la diaspora degli ebrei.
Seguiranno altre due guerre giudaiche, fino al 135.
Nel corso di queste guerre molti si autoproclamarono Messia, per porsi a capo dai rivoltosi. Non erano anni di spensieratezza ma di oppressione: si sperava davvero in un imminente aiuto scaturito dalla volontà divina. D'altra parte, non tutti i cristiani dimostrarono di credere così ciecamente alla propria fede al punto da sacrificare la vita in virtù di essa: basti pensare ai cosiddetti lapsi.
Come i martiri cristiani, molte altre genti sono morte per difendere la propria fede. Gli ebrei sono stati perseguitati per più di un millennio, dalla Spagna alla Germania nazista; i musulmani arrivano a suicidarsi per la loro fede e a condurre guerre contro gli altri popoli.
Insomma, il fatto di essere pronti a morire per qualcosa non fornisce necessariamente veridicità a quel qualcosa.

C'è una differenza tra una fede e un'altra: il Cristianesimo porta qualcosa di diverso.

Lo direbbero anche gli ebrei. E anche i musulmani. E tutti gli appartenenti a una qualsiasi religione.
Per tutti i fedeli, la propria religione è "più vera" delle altre.

La storia dell'umanità parte dalla croce. Con Gesù Cristo comincia la storia.

Il fatto che noi occidentali (non tutto il mondo, solo noi occidentali) contiamo gli anni dalla nascita di Gesù non significa che la storia sia cominciata sotto il segno della croce.
La preistoria ha termine intorno al 3000 a.C. con l'invenzione della scrittura. Dalla scrittura in poi, comincia la storia.
La storia dell'umanità parte dalla scrittura.

Intendevo la storia intesa come "storia": pensiero logico con un fine, una storia che abbia un senso. La storia ha concepito un senso solo dopo la venuta di Cristo.

La storia prima di Cristo non aveva senso? Dovremmo gettare tutta la cultura sumero-babilonese o egizia o greco-romana nel cestino?

Prima non ci si interrogava sul senso.

La riflessione filosofica nasce in seno alla cultura greca non alla cultura cristiana. Il primo filosofo è indicato in Talete di Mileto, vissuto tra il VII e il VI secolo a.C..

No, il primo filosofo fu Epimenide.

Per Aristotele fu Talete di Mileto (Metafisica, 983b 20-21) e l'enciclopedia Treccani concorda. Ma questo non modifica ciò che ho detto: anche Epimenide era greco.

domenica 5 luglio 2015

Esiste il diavolo? Chi sono davvero "Satana" e "Lucifero"?

All'inizio del libro di Giobbe, nel quale Giobbe viene più volte "tentato" da Satana, c'è (nella mia Bibbia C.E.I.) una nota esplicativa proprio in corrispondenza del termine "Satana":

Nel testo ebraico [il termine Satana] è preceduto dall'articolo, poiché viene considerato non quale nome personale, ma comune. Indica propriamente uno che si oppone a un altro per distoglierlo dal fare qualcosa o per accusarlo in giudizio.

Dunque, nell'Antico Testamento, il termine "Satana" non è - per ammissione della stessa nota - un nome proprio. Meno che mai è il nome del capo dei diavoli.
Tra l'altro, nella versione greca della Bibbia (la Septuaginta), "Satana" è tradotto con diabolos (diavolo), che significa proprio "avversario, accusatore". E, in effetti, un Satàn (dall'ebraico) è proprio questo: colui che svolge la funzione di pubblico accusatore.
Il pensiero teologico cristiano ha poi reso un accusatore, un avversario, il capo delle entità malefiche, cosa ravvisabile già nel Nuovo Testamento (scritto un bel po' di tempo dopo l'Antico).


Nel libro di Isaia, unica volta nella Bibbia in cui compare il termine Lucifero, non si fa riferimento al capo di tali entità: il profeta "intona una canzone sul re di Babilonia" (Isaia 14:4) e lo sbeffeggia paragonandolo alla stella del mattino (Lucifero: portatore di luce) precipitata: allo stesso modo anche il re di Babilonia è destinato a perdere il potere (è l'epoca della cattività babilonese, per cui si può comprendere l'astio nei confronti di Babilonia).

Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell'aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli?
Eppure tu pensavi: salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell'assemblea, nelle parti più remote del settentrione.
(Isaia 14: 12-13)

Con la mente infarcita dalle interpretazioni teologiche cristiane e dopo averle isolate dal loro contesto, le parole che avete appena letto non possono che rimandare alla visione che tutti abbiamo di Lucifero, quella dell'angelo caduto che credeva di sostituirsi a Dio. Ma non è così. Il soggetto è il re di Babilonia, e in questo momento Isaia si sta prendendo gioco di lui, denigrando la sua vanità e il suo egocentrismo.
La mia Bibbia C.E.I. ha la decenza di non riportare il termine Lucifero ma di tradurlo con il più accurato astro del mattino.
Tutti, dunque, sono ben consapevoli di cosa significhi davvero il termine Lucifero... o forse no. Una parte dell'esegesi cristiana continua a sostenere che in quel passo di Isaia si parla proprio del diavolo cristiano e non del re di Babilonia; basta infatti leggere cosa viene sostenuto QUI

I teologi cristiani hanno stabilito che "Lucifero" è un altro nome di "Satana", capo delle entità demoniache. Riprendendo la metafora della caduta del re di Babilonia, hanno elaborato il racconto (che non è presente nella Bibbia!) di Satana/Lucifero come il più bello degli angeli scaraventato da Dio nell'inferno. Tale racconto prenderebbe l'avvio dagli scontri tra entità demoniache (il "dragone") ed entità celesti narrati nell'Apocalisse (l'ultimo libro della Bibbia cattolica), testo di gran lunga posteriore alla redazione dell'Antico Testamento, quindi redatto in un momento in cui la dottrina cristiana aveva già "costruito" il Satana che conosciamo: non più il pubblico accusatore ma il capo di tutti i diavoli.



Ma non è finita qui. Tutte (o quasi) le divinità venerate dagli altri popoli di area semitica citate nella Bibbia sono diventate entità malefiche, gli altri demoni dell'inferno che hanno popolato (e popolano) l'immaginario collettivo. Belzebù deve il suo nome alla divinità filistea “Baʿal zebub”; Belfagor era una divinità adorata dai Moabiti, “Baal Peor”, identificabile col Sole, e Astarotte era “Astarte”, dea legata alla fecondità.
Per avere la certezza di quanto ho appena sostenuto basta consultare l'enciclopedia Treccani; alla voce "Astarte", compilata da Giorgio Levi Della Vida nel 1930 (clicca QUI), si legge:

Nella Bibbia la forma plurale ‛Aštĕrōth è spesso usata per designare genericamente l'insieme dei culti idolatrici prestati a divinità femminili: di qui, secondo il noto processo di riduzione a esseri diabolici delle divinità dei gentili, è sorto il nome del diavolo Astarotte, che ha avuto larga fortuna nelle letterature occidentali.

Addirittura si parla del noto processo. NOTO. Già nel 1930.
Ma allora, se sappiamo già da tanto tempo, filologicamente e storicamente, che il capo delle entità demoniache è una concezione teologica cristiana che ha rielaborato la figura del pubblico accusatore (il Satàn) presente nell'Antico Testamento, perché si continua a parlare di Satana, di Lucifero, di Belzebù e dei diavoli come se si trattasse di una verità imprescindibile?

Come sempre, ne L'inchiesta (0111 edizioni) troverete molti più approfondimenti su questo e altri argomenti correlati.

mercoledì 1 luglio 2015

Qual era l'aspetto fisico di Gesù?

Potrebbe sembrare una domanda sciocca, dal momento che tutti hanno visto almeno una volta un dipinto raffigurante il figlio di Dio (alcuni di voi, magari, ne avranno perfino uno in casa).
L'idea che abbiamo di lui è quella di un bell'uomo, magro, dai capelli lunghi, con la carnagione bianca e un accenno di barba.
Quanti di voi faticherebbero a riconoscere Gesù in questo dipinto?


Eppure è necessario sottolineare una constatazione abbastanza ovvia: nel I secolo non esistevano le macchine fotografiche, né ci è pervenuto alcun ritratto eseguito ex-visu di Gesù Cristo (e i Vangeli non ce lo descrivono fisicamente).
Ma allora come facciamo a conoscere il suo aspetto?

C'è chi cita l'epistula lentuli, un testo apocrifo del Nuovo Testamento. Si tratta di una lettera scritta per l’imperatore Tiberio e attribuita a Publio Lentulo, governatore della Giudea prima di Ponzio Pilato. Vi si legge che Gesù

ha nel mezzo della fronte in testa, il crine spartito a usanza dei Nazareni. […] La faccia senza ruga, o macchia, accompagnato da un colore modesto […] La barba è spessa e a somiglianza dei capelli, non molto lunga, ma spartita nel mezzo.

Una descrizione sommaria, ma sufficiente per tracciarne un ritratto fedele. Tuttavia, gli storici e i filologi sono tutti d'accordo nel ritenere la lettera un falso redatto in epoca medievale, quando cioè l'iconografia di Gesù era già stata fissata. Già Lorenzo Valla, nel '400, ne denunciava il carattere apocrifo.

Ma allora com'era fatto davvero Gesù?
Secondo San Giustino, Clemente d'Alessandria e Tertulliano, Gesù doveva essere brutto, in quanto portatore del dolore e della sofferenza nel mondo, così come indicato in Isaia 53:2-3

È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

In questi versetti di Isaia si parla infatti del "servo sofferente", che i Cristiani identificano in Gesù.
Non sarebbero dello stesso parere gli Ebrei, secondo i quali il "servo sofferente" è il popolo d'Israele.
E qui dobbiamo necessariamente fermarci a riflettere: chi dei due ha ragione?

Le primissime raffigurazioni di Gesù sono allegoriche: il buon pastore, un vecchio con la barba in un paesaggio agreste.


Si passò poi al Gesù imberbe, raffigurazione che incontrò un'ampia diffusione fino al VI secolo.
Perché Gesù era raffigurato come un giovane imberbe e di bell'aspetto, con tratti somatici tipici degli occidentali?
Per rispondere dobbiamo indagare sul periodo storico di riferimento. Come è noto, il Cristianesimo ha assorbito numerosi culti pagani (unico modo, tra l'altro, per potersi affermare su una religione molto più antica e radicata nello Stato Romano). Il Natale, ad esempio, era in origine una festività pagana, il Dies Natalis Solis Invicti, nella quale si festeggiava il Sole Invitto (cioè non vinto), la metaforica rinascita del mondo. Il culto del Sol Invictus era associato anche a Mitra, nota divinità solare.
L'iconografia di Gesù prende dunque le mosse proprio dalle rappresentazioni delle divinità solari. E chi era il dio del Sole nella religione greco-romana (poi divenuto addirittura alter-ego del Sol Invictus)? Esatto, Apollo.
Notate qualche somiglianza tra l'iconografia di Apollo e quella del Gesù imberbe (abiti a parte)?


In seguito alla disputa sull'iconoclastia, in età bizantina si decise di fissare una volta per tutte l'iconografia di Gesù.
Cristo viene quindi raffigurato alla maniera degli imperatori d'Oriente, assiso in trono e in abiti regali. Somiglia a un'altra divinità solare (derivante direttamente dal dio egizio Ra), al "padre di tutti gli dei": Giove.


Tale iconografia, la più rigidamente fissata, è quella che ha avuto più fortuna nel medioevo ed è giunta fino a noi.
Le nuove tecnologie l'hanno riproposta perfino in celebri opere teatrali e cinematografiche.

In anni più recenti, la BBC ha provato ad elaborare al computer il teschio di un ebreo vissuto nel I secolo dopo Cristo; sono state considerate le condizioni climatiche del posto al fine di stabilire la colorazione della pelle; usi e costumi di quelle popolazioni hanno aiutato a pensare ad un'acconciatura di capelli credibile.
Il risultato è questo:



Era questo il vero volto di Gesù? Sarebbe difficile stabilirlo, ma non è da escludere.
A questo punto una domanda è d'obbligo: i veggenti che sostengono di aver incontrato Gesù Cristo e di avergli addirittura parlato, quale Gesù hanno effettivamente incontrato? Il buon pastore, il Cristo imberbe, il Cristo dell'iconografia bizantina o quello il cui volto è stato ricostruito dalla BBC?
Oppure è necessario ammettere che tali sedicenti veggenti non hanno affatto incontrato un individuo in carne e ossa, ma... un quadro?

Ulteriori approfondimenti sulle modalità in cui è stata fissata l'iconografia cristiana potrete trovarli nel mio libro L'inchiesta (0111 edizioni) al capitolo intitolato Gesù rappresentato.

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